il cunto del canto ariostesco che rigenera

23 dicembre 2016 di: Rosanna Pirajno

Concludere una giornata densa di ascolti impegnativi come si addice ad un convegno su sempre pressanti “questioni urbane”, senza tornare a casa ma dirigendosi direttamente ad ascoltare declamazioni di versi ariosteschi, può suonare come sublime snobberia ad captandam benevolentiam.

E invece sentivo che sarebbe stato puro godimento. L’antefatto è che si sta svolgendo a Palermo, città dove l’opra dei pupi non è mai scomparsa e anzi ha ripreso vigore per la tenacia di Mimmo Cuticchio con il vascello dei Figli d’arte capitanato dalla impareggiabile Elisa Puleo, una estesa celebrazione di Ludovico Ariosto nel cinquecentenario della prima edizione del suo Orlando Furioso.

Mentre a Ferrara, città natale di Ariosto, lo ricordano con una mostra che dicono bellissima, a Palermo si è inaugurata una mostra molto particolare di collages di Tania Giordano, artista raffinata da anni collaboratrice del Teatro dei Pupi di Cuticchio, che ha reinterpretato i personaggi dell’Orlando ritagliando con grande sapienza pagine patinate, raccolte nel corso delle tournée teatrali con il preciso intento di ricreare un fantasmagorico “mondo a parte” dalle già fantasiose figure del poema.

Da inizio mese, tra il teatrino di via Bara e la sala Kounellis del Museo Riso si vanno quindi svolgendo episodi teatralizzati, letture, videoproiezioni, narrazioni e concerti inseriti nel denso programma intitolato Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, unica risonanza, almeno per me, delle letture scolastiche del poema ariostesco. Le composizioni originali di Giacomo Cuticchio “in concerto”, ispirate alle sonorità coeve al poema, hanno aggiunto un altro frammento di memoria storica mentre il coinvolgimento di artigiani creatori di gioielli, vetri, miniature, statuine presepiali, miniature, pitture, intarsi, ceramiche, legni torniti, strumenti musicali, anima e rallegra l’area dei luoghi in cui aleggia lo spirito di Ariosto.

Ecco perché la lettura e i commenti di Piero Longo, poeta e storico del teatro, del Canto 34 dell’Orlando Furioso, cui ho assistito sere fa uscendo dal convegno (e mi dispiace di aver mancato la precedente narrazione “E anche gli alberi io canto” di Giuseppe Barbera), mi hanno dato la misura di quanto possa essere distensiva la fatica di calarsi in un universo poetico che, non appartenendoci più per ovvie ragioni, si dimostra tuttavia vivo e vitale ad opera di quanti hanno continuato a coltivarlo fino a farne dato identificativo della cultura isolana. L’opera sommessa dei cuntastorie, quindi di Mimmo Cuticchio in primo piano che lavora di fino per mantenere in vita una tradizione “aggiornata”, cioè riadattando filologicamente lo spirito cavalleresco dei paladini di Francia senza mai tradirne la natura originaria, ha fatto in modo che lo spettacolo a più voci della follia di Orlando divenisse attrattivo e coinvolgente come un classico che ciclicamente si riproponga a spettatori avvezzi e preparati.

Ariosto il nostro Shakespeare, in sostanza. E una serata in compagnia dell’uno risulta perciò rigenerante come con l’intramontabile inglese.

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