Tre giorni a Siracusa…

20 giugno 2018 di: Egle Palazzolo

…E fai capo all’11 giugno perchè c’è un evento unico: il bel gioco di Andrea Camilleri metà lui, metà Tiresia. E se prima hai assistito all’Eracle di Emma Dante e all’Edipo a Colono di Yannis Kokkos hai davvero fatto  il pieno. Calarsi nell’offerta senza tempo di un teatro che chiama gente da ogni parte del mondo e che oggi si avvale delle belle intuizioni di un direttore artistico come Roberto Andò, è una risorsa palesemente irrinunciabile.

Partiamo da ” Io Tiresia”, un unicum che non senza l’emozionante attesa di coloro che hanno sostenuto e incoraggiato lo scrittore, il quale pur ultranovantenne mantiene integre memoria e lucidità, ha potuto realizzarsi in uno spazio  anch’esso unico e da lui, eccezionale interprete, accanitamente voluto. Andrea Camilleri non recitava, non vestiva altri panni, ma di quel Tiresia veggente cieco impersonava in qualche modo l’essenza. Ci narrava di lui come avrebbe potuto fare il vecchio signore della porta accanto fermo sulla soglia, quell’affascinante condomino dotto ed esperto del quale ormai crediamo di conoscere quasi tutto, e che invece ha qualche straordinaria verità da  rivelarci ancora. E Camilleri l’ha fatto con lui stesso attraverso Tiresia “personaggio” probabilmente  non  sempre saputo intendere persino tra le pietre di quel teatro dove al centro ha voluto sedersi il nostro scrittore, ripercorrendone puntualmente un sollecitante percorso. Con una narrazione leggera e forte,  nel buio  delle pietre in basso circondate da piccole  luci, mentre  apposite schermate riportavano il senso delle sue parole. Se il teatro è happening, se un contatto senza infingimenti si crea, noi pubblico, ma non soltanto pubblico, a questo abbiamo assistito.

E a Colono, cieco anche lui, migrante infelice, al braccio della pietosa Antigone, abbiamo ritrovato Edipo. Non fermiamoci a dire della bravura degli interpreti principali tutti inclini a una riproposta scenica di rigorosa, esplicita fattura. Accolto in patria estranea, compreso da Teseo, vedremo un grande re schiacciato da misfatti inconsapevolmente compiuti per volere di quegli dei cui Sofocle comincia a guardare  e a far guardare  in misura assai meno canonica del suo predecessore, in attesa delle irruenze cui ci abituerà Euripide. Un Edipo fiero, incapace di perdono, ma capace di leggere sino in fondo la sua sorte e di raccogliere nel fascio di luce finale di una morte attesa, un ultimo segnale di ritrovata sovranità.

Con Emma Dante, che vede una donna sotto le vesti di Eracle e che, soprattutto, si lascia affascinare da quanto sotto il segno di una forza sovrannaturale, si nasconda, piuttosto, l’umanità, persino la fragilità del semidio, siamo, come quasi sempre ci accade con la sua regia , intricati e convinti. Anche qui non citiamo attori , tutti perfettamente nel segno, ma  solo la scenografia eccellente di Carmine Miringola che puntella in un disegno di indiscutibile efficacia gli orientamenti e le scelte della regia e che attinge al mito per lacerarlo e ricomporlo, per avvicinarlo a ciò che potremmo trovarci addosso come potere ormai vinto, come dolore sempre in agguato. E intanto la splendida aggressione scenica da fiato sospeso, di un corifeo danzante scandisce in un’egregia globalità di partitura, questa edizione che ottiene un rinnovato contatto con Eracle e con le sue fatiche. Forse, tutte da rivedere.

Con Emma Dante alla regia, spesso vien da chiedersi: E’ lei che parla al teatro, che lo intuisce, lo piega talvolta, lo esalta quasi sempre? O è, piuttosto, il teatro che sa parlare a lei con un linguaggio, il più delle volte, di magica, personalissima intesa ?

 

 

Commenta questo articolo:







*
AdvertisementAdvertisementAdvertisementAdvertisement