L’amica geniale

18 dicembre 2018 di: Concetta Biundo

Lo sceneggiato “l’amica geniale” trasmesso in TV in questi giorni, ci riporta a un periodo in cui le madri non potevano amare le figlie perché dovevano soltanto dominarle e le figlie non potevano amare le madri perché dovevano soltanto ubbidire. Spesso era una lotta tra le due, la cui conclusione dipendeva dal carattere di ciascuno. Il compito delle madri era principalmente quello di fare diventare le figlie delle donne servizievoli e ubbidienti, e per questo non serviva istruzione, bastava soltanto saper leggere e scrivere. Madri che non potevano amare le figlie, perché sapevano che dovevano avere il loro stesso destino, dire sì, reprimere qualunque desiderio, e per questo rifiutavano qualsiasi richiesta che le avrebbe allontanate da questa realtà. E come potevano, le figlie, amare le madri se le sentivano come coloro pronte a dire di no, perché il rischio era rovinarsi la reputazione? L’esempio della madre di Elena, una delle bambine protagoniste, è l’esempio di questo rapporto. Era lei per prima a opporsi al desiderio della figlia di studiare, prendendo a pretesto il mancato aiuto in casa, un tentativo di educazione che finiva per schiavizzare, per mettere la figlia al proprio servizio, per imparare poi a essere al servizio degli altri, contribuendo così al ripetersi di una cultura in cui il compito delle donne era di essere al servizio di qualcuno, forse fino al momento in cui non si aveva una figlia da dominare. Una mentalità contorta in cui per prime erano le donne a farsi male, non sostenendosi ma osteggiandosi, in cui il ruolo delle madri era anche quello di mantenere l’assoggettamento al ruolo maschile. Diverso era l’atteggiamento, sempre nel film, della madre di Lila, l’altra bambina protagonista. Lei era completamente assoggettata al marito, e pur comprendendo bene l’invito dell’insegnante a fare studiare la figlia, perché sveglia e capace, si sentiva impotente nei confronti del marito che non avrebbe mai permesso alla figlia di studiare. Non ha avuto il coraggio di opporsi a quel potere, neanche a difesa della figlia, una donna rassegnata, capace solo di subire. Guardando questo film si comprende bene quanto sia stata importante la ribellione delle ragazze, a partire del ’68, per rivendicare libertà e autonomia, una protesta contro la cultura maschile che si ritorceva anche contro le loro madri in quanto rappresentanti e succubi di quella cultura. Le madri quasi mai si sono schierate a fianco delle figlie, preoccupate com’erano per la loro reputazione, anzi in moltissimi casi le hanno osteggiate intraprendendo con loro un forte conflitto nel tentativo di riportarle in quel percorso da loro seguito. Un conflitto difficile e complicato in un rapporto che viene comunemente considerato d’amore e di protezione , un rapporto tra madri e figlie che si è trasformato nel tempo contestualmente al cambiamento culturale del ruolo della donna.

 

1 commento su questo articolo:

  1. Lia scrive:

    Pare che Elena Ferrante, autrice del libro, sia lo pseudonimo di Domenico Starnone. Se così fosse, l’autore ha saputo ben descrivere e rappresentare l’universo femminile anni ‘50-’60 del quale è stato acuto osservatore. Questo articolo analizza bene i rapporti tra madri e figlie e viceversa, condizionati, in quel periodo, da una cultura decisamente maschilista. Molto ben fatto il lavoro cinematografico e bravissime le giovanissime attrici che ci fanno immaginare le difficoltà che hanno dovuto affrontare le donne prima del ‘68…

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