per Michele Perriera

14 settembre 2010 di: Guido Valdini

Se è vero che c’è un tempo per tutto, questo è il tempo della memoria e della pacificazione, del rispetto e del silenzio. Per esempio, quello di Amleto percosso dai dubbi e dalle angosce, oppresso da un universo che ha perso il suo centro. E non è un caso che Michele, nella sua lunga serie di spettacoli, non abbia mai rappresentato Amleto: perché il personaggio è la traiettoria di un percorso melanconico che avverte i pericoli del mostro dell’ingiustizia e della discordia, della viltà e dell’inazione. Michele voleva sciogliere questo magma vischioso e insensatamente colpevole, battersi contro la perdita di un valore fondante dell’uomo: che è la consapevolezza di sé, la coscienza di potere osare, di potere essere luce tra le ombre dell’insidia sempre in agguato. Ecco, il suo teatro come seduta spiritica e come chiave per realizzare i nostri sogni.

L’utopia etica è stata compagna costante di Michele contro silenzi e menzogne. Un grido contro i mercanti del tempio. Lo scandalo e la provocazione in un’epoca di malinconico conformismo. Paradossalmente oggi lo ricordo col silenzio, perché questo è il tempo di trascurare il cicaleccio della vanità.

Anche noi oggi – come Amleto – abbiamo perso il centro e ci sentiamo smarriti, e anche noi oggi – come Michele – dobbiamo adoperarci per recuperarlo, cercarlo, trovarlo insieme, contro gli steccati del malessere e della sordità, della banalità e dell’apparenza.

Non starò qui a raccontarvi di Michele che tutti amaste, che tutti amammo. Né staro qui a parlarvi del suo bell’intelletto, del suo umorismo, delle sue leggerezze e delle sue profondità, dei suoi rancori, delle sue generosità. Tutti abbiamo nel nostro cuore questi ricordi e tutti li porteremo nel nostro cuore.

Voglio solo dire che Michele è stato un uomo vero di questa città e per questa città. A lungo l’ha percorsa, ripercorsa, indagata, interpretata, cercandone i germogli più preziosi, come i suoi figli e i suoi allievi. Per molti, tanti, è stato un bagliore nell’indistinto della propria vita e, con gli errori che tutti facciamo, ha contribuito alla lenta e contraddittoria rinascita di Palermo. Avrebbe voluto e potuto fare ancora molto e vederla migliore, oltre ogni ragionevole pessimismo. Ma il suo è stato un granello, un mattone, una pietra. Che, se saremo bravi a ricordarlo e a costruire, potrà essere l’edificio, la casa, il riparo. Nei momenti della gioia e del dolore, della buona come della cattiva fortuna.

Michele ha combattuto la buona battaglia. Dove non c’è vittoria né sconfitta. Ma solo l’incanto del tepore di primavera e la carezza del vento d’autunno. Non smetteremo di sussurargli grazie.

(disegno di Donarelli, dedicato a Michele ed Elvira)

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