la protezione sociale è materia femminile

6 luglio 2015 di: Ornella Papitto

«La protezione sociale: le politiche sociali hanno l’obiettivo di proteggere i cittadini dai rischi sociali, cioè dall’esposizione ad eventi che incidono sulle condizioni di vita delle persone (povertà, disoccupazione, analfabetismo o scarsa istruzione, malattia, disabilità, ecc.)»

Un tale principio, secondo me, non abilità i soggetti a individuare i pericoli che spingono verso situazioni di rischio. La sensazione è quella di scadere nell’iper-protezione del cittadino, che delega lo Stato alla rimozione delle condizioni che generano la propria emarginazione sociale. Il cittadino e la famiglia, hanno l’obbligo di proteggere se stessi e i figli e di insegnare loro quali siano i pericoli e come poterli evitare. Spesso si assiste ad una incapacità di mettere in atto azioni di auto ed etero protezione, lasciando i minori scoperti, sia nel metodo che nel merito, nelle situazioni di rischio.

I danni di una iper-protezione o di un’assenza ingiustificata di protezione produce giovani sottomessi, paurosi, impauriti o giovani abbandonati a loro stessi, ossia persone potenzialmente dipendenti. L’azione sinergica della famiglia (guida autorevole) e della scuola (guida competente) e delle associazioni (allenamento verso l’autonomia) dovrebbe porre le basi per un percorso di esperienza della protezione, finalizzata all’indipendenza. Per indipendenza si intende saper fare scelte maturate, (capacità di analisi, capacità di problem solving), sapersi assumere le responsabilità e soprattutto farsi carico delle conseguenze delle proprie azioni e non farle ricadere sugli altri.

Agire la protezione fa correre un rischio: quello di intravvedere pericoli ovunque e così si scade nel pensiero negativo che tutti siano potenziali esseri pericolosi quindi da dover tenere a distanza di sicurezza. Questa risposta è l’esatto contrario dello sviluppo delle abilità e capacità di saper individuare i rischi reali. Da soggetti passivi a soggetti attivi. Quali azioni mettono in atto le persone per modificare il percorso già predisposto dalla propria famiglia di origine? Che margini hanno i giovani per costruirsi il presente ed il futuro? A quali assunzioni di responsabilità sono stati allenati?

Mi rivolgo sopratutto alle donne: sanno distinguere il potente dal prepotente? Per potente intendo la persona competente, autorevole mentre il prepotente si definisce da sé: autoritario e vigliacco che opprime chi non ha le necessarie energie per potersi difendere. O ancora, si affidano e affidano i propri figli a persone dall’aria decisa che altro non è che una forma di prepotenza. L’abilità di saper esercitare la protezione è materia femminile, anche perché naturalmente dotate di intuito, fiero consigliere che non si sottomette alle forme di educazione che possono risultare pessime guide. In un clima di estrema violenza agita sulle donne, ripartire dal recupero delle abilità di protezione potrebbe risultare una scelta efficace per mettere in atto un percorso di emancipazione verso l’indipendenza dalle figure, o figuri, maschili. La protezione riguarda anche gli uomini: alcuni agiscono la rabbia attraverso la violenza. E se facesse bene pure a loro rinforzare la capacità di protezione? Chissà.

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