per un buon uso della vecchiaia

21 marzo 2016 di: Silvana Fernandez

Renata Pucci di Benisichi ha sempre scritto per la Sellerio, libri brevi, coloriti, divertenti ma non privi di spessore. Quest’ultimo sulla vecchiaia –  Renata Pucci di Benisichi, Per un buon uso della vecchiaia, Sellerio editore Palermo 2015, € 10,00 – è un esempio di vita vissuta senza remore o luoghi comuni che approda ora ad una senilità piena di ottimismo, con appena un soffio di malinconia.

Invece della consueta recensione, penso che sia meglio per le nostre lettrici più mature e perché no anche per le giovani, trascrivere qualcuno degli aforismi che compongono il libro. S.F.

Le tue intemperanze di gioventù non devono più rincrescerti, oggi sono diventate banalità, normale contegno, quasi scemenze.

Non perché la grande partenza è più vicina, ma tu veramente senti e quasi vedi Dio al di là della siepe. Ti da una serenità nuova avvolta in una bambagia tiepida.

Non voglio intristirmi per l’egoismo dei figli, li abbiamo fatti noi, è stata uuna grande opera. Ma, attenzione al delirio di onnipotenza.

Bisogna continuare a mentire sull’età, è indispensabile, incoraggiante, tonificante.

Che consolazione pensare che gli anni più difficili sono quelli dai sette ai settanta!

Le caviglie e le gambe sono ancora perfette, è lì che, come a briscola, bisogna giocarsi il carico. Metterle in mostra ma senza esagerare.

Una bella giornata, così azzurra quando è azzurra, tiepida e ventilata, ti riempe d’orgoglio quasi fosse una tua creazione.

A sessantanni cominciate a sentirvi giovani: c’è ancora tanta strada per la vecchiaia.

Un udito ancora perfetto mi da una gioia inestimabile ma di bassa lega, sono circondata da sordi e sorde.

Ora si che lo capisco quel passo dell’ecclesiaste che prima mi pareva un’imbecillità: «Ciò che è stato e ciò che sarà ancora, e ciò che è stato fatto e ciò che sarà fatto di nuovo»

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