scommettere su una Europa sociale e solidale

18 giugno 2016 di: Rosanna Pirajno

Ho trascorso con le figlie quattro giorni in Germania, due a Köln e due a Düsseldorf dove l’amico pittore Francesco De Grandi esponeva una installazione. Per le mie figlie era la prima volta in Germania, non per me che, da studentessa di architettura, visitai Berlino quando ancora esisteva il muro e per andare ad est, dove si trovavano l’isola dei Musei e i quartieri degli architetti razionalisti come l’amatissimo Bruno Taut da vedere dal vivo, ci si doveva sottoporre ai severissimi controlli degli arcigni militari che lo presidiavano. Dall’altro lato c’era un mondo grigio e triste, povero al punto che non trovammo modo di spendere neppure per un panino le carte monete in dotazione obbligatoria.

La convinzione che in questo paese ora tutto funzioni alla perfezione, che la macchina dei servizi alla collettività marci dappertutto in modalità “massima efficienza”, è confermata al primo impatto con la rete dei trasporti urbani ed extra urbani di cui la regione Renania Westfalia è dotata, in prevalenza su rotaia viaggiano quindi in ogni direzione treni, metro e tram, oltre i bus, frequenti, puntuali, accoglienti, accessibili a carrozzine, bici, invalidi e vecchietti, con biglietto unico giornaliero o abbonamenti anche per pochi giorni. Inevitabili i confronti.

Sul resto, dalla pulizia delle strade al traffico disciplinato e silenzioso, dalla quantità di musei e gallerie d’arte in funzione ai quartieri di architettura contemporanea da manuale, dai giardini curati e fioriti ai viali alberati anche dove passano le rotaie del tram, non mi esprimo perché l’accusa di esterofilia è sempre in agguato e mi troverei a disagio nel dover mettere sull’altro piatto della bilancia i nostri tesori d’arte e architettura, la bellezza del paesaggio, il cibo il sole il mare.

Da europeista convinta, mi piace sottolineare invece la goduria di varcare la frontiera-che-non-c’è, spendere la medesima moneta di casa, prelevare al bancomat come a casa, intendersi almeno con una lingua comune, poter contare su un sistema di servizi condivisi dalla comunità di Stati europei, efficienza specifica a parte. Sentirsi in sostanza parte degli Stati Uniti d’Europa, a me dà un gran senso di soddisfazione, direi proprio di gioia se penso alle giovani generazioni che si spostano con facilità da un Paese all’altro, per studio e lavoro, parlando e frequentando agevolmente lingue e culture diverse.

Questo mio entusiasmo non è molto condiviso, lo sento, tra gli stati membri serpeggiano nazionalismi e populismi e voglie di ritirarsi dentro i vecchi confini perché, dicono, questa Europa Unita ha fatto prevalere “mercato” e “austerità” sui sogni degli europeisti alla Alterio Spinelli, e la pressione delle masse di immigrati in fuga ha fatto il resto, esasperando quel «senso di insicurezza» che pervade il continente e a cui bisogna dare risposte. Condivido il pensiero di un giornalista belga dal nome impronunciabile -Jurek Kuczkiewicz- che sollecita il governo europeo a varare un «progetto concreto, chiaro, federatore, direttamente utile a un gran numero di cittadini e percepito come tale», che punti sul sociale e sulla sicurezza, per cominciare. Come, per esempio, «un assegno integrativo europeo (disoccupazione, figli, scuola, malattia o pensione) che svolgerebbe una funzione economica e sociale e rafforzerebbe a livello europeo un patto sociale gravemente incrinato». Altrimenti su questa Unione ci sarà poco da scommettere, peccato.

Commenta questo articolo:







*
AdvertisementAdvertisementAdvertisementAdvertisement